Le filandiere

Nella vicinanza della Cascina Fontana la mia famiglia possedeva un vigneto e dei boschi, confinanti per un gran tratto con la scorciatoia che dalla Cascina Pagliaccia conduce ad Oltrona.

Per quella strada, e fino a cinquant’anni sono, una gran turba di donne, maritate e ragazze, di Tradate, di Abbiate Guazzone, di Venegono, ogni lunedì mattina verso l’albeggiare vi passava per recarsi a Como a lavorare nelle filande.

Ciascuna portava un fardello nel quale si intravvedeva la forma di un grosso pangiallo, che doveva servire come alimento principale per la settimana.

Ogni sabato, a notte fatta, incontrate dai loro uomini fino ad Oltrona, vi ripassavano quelle povere filatrici, e cantavano le canzoni in voga, e la loro nenia si perdeva nel silenzio delle tenebre e nella solitudine di quelle folte boscaglie.

Quando le pesche e le uve maturavano, il camparo, al lunedi mattina e al sabato sera, si recava al vigneto perché non venisse devastato, e sparava il fucile a salve, come si usava nei vigneti vicini. Io e mio fratello Mario, ancora fanciulli, lo seguivamo, e imparavamo a sparare.

Negli stessi giorni e nelle medesime ore un’altra turba di donne di Veniano, di Lurago Marinone, di Limido, di Mozzate, di Carbonate, che lavoravano pure nelle filande a Como, traversava la piazza di Appiano, e quando ritornavano ai domestici focolari cantavano colla stessa nenia le medesime tristi canzoni.

E come potevano essere allegre quelle canzoni quando si pensi che quelle operaie erano occupate dall’alba al tramonto, in ambienti malsani, con salari infimi, con nutrimento insufficiente e, per la miseria delle loro famiglie, incominciavano a lavorare in età ancora tenera prima dei dieci anni? Sono passati dodici lustri, eppure mi sembra di sentire ancora i canti di quelle povere filandiere.

Mi vo in filanda, mi vo in filanda,
Ma tutt ul di me pias cantà,
L’èla mia mamma che la me manda,
L’è el gran bisogn de guadagnà.
Se l’aria bona dent la manca,
mi fa nagott anca patì.
Me prem ciapalla una quai palanca,
Gho i mè vegitt da mantegnì.